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Omphalos. Il Primo Centro del Mondo

Omphalos. Il Primo Centro del Mondo

Il Paradiso che divenne Inferno
Autore/i: Frau Sergio
Editore: Nur Neon
Con la collaborazione di Massimo Faraglia e Stefano Loi pp. 1152, nn ill. a colori e b/n, Roma

Omphalos. Il primo centro del mondo restituisce un senso (ma anche una geografia reale) alle parole degli antichi e all’isola di Atlante, la Sardegna che fino al XII secolo a.C. funzionò da Montagna Cosmica per tenere in ordine spazio e tempo nella preistoria. Nel libro si verificano due miti paralleli: quello di Atlante e della sua isola al centro del mondo (di cui parlano Platone, Omero, Esiodo, Socrate, Aristotele & C.) e quella di Amleto e del suo Mulino Cosmico, che teneva in ordine tempo e spazio nel Primo Mondo, quello dell’Età dell’Oro di Kronos. Storie parallele quelle di Atlante e Amleto? O un’unica storia straziante raccontata in modo differente? Basta misurare su un mappamondo il 40° parallelo Nord, per rendersi conto che lì, proprio al centro, perfettamente equidistante dalle coste pacifiche di Giappone ed America, c’è un isola che sbuca, a sorpresa, dal mare: un’isola già antica per gli antichi prima felice poi pestilente, malarica, abbandonata. Un album fotografico mostra quel che avvenne: decine e decine i nuraghi sepolti vivi sotto il fango com’era su Nuraxi di Barumini prima che Giovanni Lilliu gli levasse di dosso quella collina coltivata a fave. Finisce – nel 1175 a.C., giurano gli egizi e Giovanni Lilliu – la civiltà nuragica e la sua storia continua sui picchi d’Italia. Orte, Orvieto, Cortona, Volterra, Verucchioio: un popolo del mare più distante possibile dal mare. Ormai, però, si chiamano etruschi. Plutarco – in vita di Romolo – ce li dice “Coloni dei Sardi”. Perché non credergli? Del resto basta guardare le splendide foto di Gianluca Belei presentate nel libro: il loro Aldilà è l’Isola dei Padri. Un Mar Sacro in cui tuffarsi, una meta felice da raggiungere pagando l’obolo a Caronte, e tenendo in mano l’Omphalos, simbolo sacro di quel centro del mondo che hanno dovuto abbandonare.

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