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Ariosto e la Novellistica Indiana

di
Editore: Libreria Editrice Aseq
Prezzo: € 14,00

Informazioni: Ristampa dal Giornale della Società Asiatica Italiana, Firenze, 1890-1899 - pp. 56, Roma
Stampato: 2010-02-01
Codice: 8085

«In una sua Nota inserta nei Resoconti dell'Accademia dei Lincei dello scorso febbraio, sulla novella ariostea del XXVIII canto del Furioso, riscontrando i punti della versione delle Mille ed una notte con quelli delle versioni italiane, il prof. Pio Rajna scorge in queste ultime un intento di umanizzare alcuni degli episodii più salienti della narrazione orientale; di ridurli cioè, per un lavoro di riflessione, più conformi al genio delle nostre lettere. Nel rifare l'orditura della redazione italiana onde avrebbero ad essere stati tratti e il racconto del Sercambi, dall'una parte e quello dell'Ariosto dall'altra, il Rajna avvisa che: "venendo all'ultimo episodio, il signore della donna chiusa dentro alla cassa vuol ben concepirsi come un essere fuori del naturale, se non s'ha a cadere addirittura nell'assurdo, come fa il Sercambi, mosso di certo, lui o una sua scorta, da un orrore per il meraviglioso, al quale noi non dobbiamo partecipare". E l'assurdo starebbe nel fatto: "che vi si riduce un pover'uomo a portarsi attorno in lunghi viaggi un carico sproporzionato anche alla gelosia più feroce". 

Così sarebbe, del pari un riflesso umano quello per cui l'Ariosto introduce quella "significatira disparità fisica, di fronte alla parità orientale, che è tra il drudo di questa prima donna e quello della regina; disparità suggeritrice di un confronto consolante di sicuro per il cavaliere napoletano o romano; voglio dire l'essere l'uno bensì un uomo di condizione più o meno inferiore ma di corpo non deforme per nulla, e l'altro invece un mostricciuolo".

Ora a me sembra che alcuni dei particolari più strani per noi e che il Rajna stima introdotti per ragioni di convenienza dai narratori nostri, appartengano appunto alla materia più antica della novella. Il più delle volte la fedeltà della tradizione si riconosce a codesti tratti, cui l'indole del soggetto non ci permette di chiamare, per questa volta, gentili; ma cui non osa di tacere o di alterare il ripetitore, per quanto possano parere repugnanti al genio del luogo e de' tempi suoi.» [...]

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